In questo nuovo
capitolo verrà trattato ciò che di più interessante e affascinante può essere
attribuito a questo studio, vale a dire il motivo per cui l’umorismo è
difficilmente comprensibile tra persone di culture diverse.
Com’è ben risaputo è
difficile che un tedesco rida ad una battuta fatta da un italiano, o che un
inglese rida ad una battuta fatta da un francese e così via. Questo perché gli
stimoli del riso cambiano da cultura a cultura.
Se sfogliassimo una
qualsiasi enciclopedia, al lemma ‘comunicazione interculturale’ troveremmo tale
definizione: “Una forma di dialogo tra culture diverse. A livello individuale essa
offre la possibilità di arricchire il proprio bagaglio culturale attraverso la
conoscenza di tradizioni, usi e costumi differenti da quelli della società in
cui si vive abitualmente”.
Ciò che molto spesso
può accadere è che si verifichi un fraintendimento che provoca il mancato
raggiungimento dell’obiettivo comunicativo. Spesso i soggetti impegnati in una
comunicazione interculturale non si accorgono di tale fraintendimento finché
non incorrono in una mancata comprensione. Infatti ciò che Delia Chiaro afferma è che “il concetto di ciò di cui la gente trova divertente sembra
circondato da barriere linguistiche, geografiche, socioculturali e personali.”
Affinché un
interlocutore straniero possa recepire l’umorismo è necessario dunque, che
questi possieda, oltre alle conoscenze grammaticali di base della lingua, senza
le quali non riuscirebbe proprio a decodificare il messaggio, anche quelle
socioculturali implicite nel testo umoristico.
Emanuele Banfi
correttamente afferma che “ ciò che fa ridere a Londra o ad Atene, non
necessariamente ha lo stesso esito a Parigi o a Milano; ciò che faceva ridere i
nostri nonni a noi pare talvolta francamente peregrino: le coordinate
socio-culturali entro cui si manifesta il comico, prima ancora della sua
concreta realizzazione linguistica, ne segnano la tendenziale peculiarità
localistica e temporale”...

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